
Ogni anno gli Oscar riportano al centro dell’attenzione il cinema come grande macchina spettacolare, capace di coniugare narrazione, tecnica e visione artistica.
Accanto ai premi più visibili, dedicati agli attori e alla regia, esistono categorie che lavorano in profondità, costruendo l’immaginario filmico attraverso linguaggi meno immediati ma fondamentali.
Sono le arti che danno forma al mondo del film: quelle che non si limitano a rappresentare, ma rendono credibile, tangibile e abitabile la narrazione.
Tra queste discipline, la scenografia occupa un ruolo strutturale: è lo spazio in cui l’azione si inscrive, l’architettura che rende possibile il racconto.
Nel caso di Frankenstein, premiato agli Oscar 2026 per la miglior scenografia, il lavoro della production designer Tamara Deverell si distingue per una costruzione spaziale estremamente coerente, capace di tradurre in architettura la dimensione inquieta e stratificata del racconto.
a cura di Simona Paccione
Nel lavoro di Tamara Deverell, lo spazio non è mai semplice ambientazione, ma struttura narrativa.
Ogni ambiente è progettato per:
L’architettura scenica diventa così un sistema di forze: scale, altezze e profondità non sono neutre, ma contribuiscono attivamente alla costruzione del significato.
Nel caso di Frankenstein, questa costruzione si traduce in spazi che appaiono instabili, spesso sproporzionati, capaci di riflettere la tensione interna del racconto.
Uno degli elementi più evidenti è il riferimento a un immaginario gotico, reinterpretato in chiave contemporanea.
Gli ambienti si caratterizzano per:
La verticalità amplifica il senso di inquietudine, mentre le zone d’ombra frammentano la percezione dello spazio.
Non si tratta di una ricostruzione storica, ma di una rielaborazione stilizzata: il gotico diventa linguaggio, non citazione.
Le superfici scenografiche sono trattate come veri e propri dispositivi narrativi.
Pareti, pavimenti e strutture presentano:
Il tempo non è raccontato attraverso la narrazione, ma inciso nella materia.
Le superfici non appaiono mai neutre o nuove: portano i segni di un passato, suggerendo un ambiente vissuto, trasformato, sedimentato.
La scenografia dialoga costantemente con la luce.
Nel lavoro di Deverell, lo spazio è progettato per essere “attivato” dalla luce:
La luce non si limita a illuminare l’ambiente, ma ne costruisce la percezione.
È attraverso questo dialogo che lo spazio diventa realmente cinematografico.
Uno degli aspetti più interessanti è il rapporto tra architettura e corpo.
Gli ambienti:
Nel caso di Frankenstein, lo spazio appare spesso sovradimensionato o disarticolato, contribuendo a generare una sensazione di dislocazione.
Il corpo non domina lo spazio: ne è attraversato.
Con il premio Oscar 2026 alla miglior scenografia, il lavoro di Tamara Deverell per Frankenstein viene riconosciuto per la sua capacità di costruire uno spazio coerente, denso e profondamente narrativo.
La scenografia, in questo caso, non è semplice sfondo, ma architettura del racconto.
È uno spazio che non si limita a contenere l’azione, ma la genera.
Ed è proprio in questa capacità di costruire mondi – senza mai esaurirli in una forma definitiva – che risiede il valore più profondo della scenografia cinematografica.