
Ogni anno gli Oscar riportano al centro dell’attenzione il cinema come grande macchina spettacolare, capace di coniugare narrazione, tecnica e visione artistica.
Accanto ai premi più visibili, dedicati agli attori e alla regia, esistono categorie che lavorano in profondità, costruendo l’immaginario filmico attraverso linguaggi meno immediati ma fondamentali.
Sono le arti che danno forma al mondo del film: quelle che non si limitano a rappresentare, ma rendono credibile, tangibile e abitabile la narrazione.
Tra queste discipline, il costume occupa un ruolo centrale: è la superficie più prossima al corpo, il luogo in cui il personaggio prende forma e si rende visibile.
Nel caso di Frankenstein, il lavoro della costumista Kate Hawley si distingue per una ricerca estremamente coerente sul piano materico e linguistico, capace di trasformare il costume in un vero e proprio dispositivo narrativo.
Qui l’abito non accompagna il personaggio: ne diventa estensione.
a cura di Simona Paccione
L’approccio di Kate Hawley si fonda su una trasformazione radicale del tessuto.
Le superfici non sono mai neutre, ma costruite attraverso un processo di manipolazione intenzionale:
Il risultato è una materia instabile, in cui il tessuto perde la sua funzione originaria e si avvicina a una dimensione organica.
Questa scelta risponde a una precisa logica narrativa: il corpo di Frankenstein non è unitario, ma assemblato. Il costume traduce questa condizione attraverso una grammatica visiva fatta di frammenti, giunture e tensioni.
Nel lavoro di Hawley, il colore non è mai un dato superficiale, ma il risultato di un processo complesso e stratificato.
Le superfici cromatiche si costruiscono attraverso interventi successivi che generano:
Alla base di questa costruzione si riconosce un riferimento preciso alla materia naturale, intesa non come modello estetico, ma come sistema di processi.
Tra i riferimenti più evidenti emerge il mondo minerale. Alcune gamme cromatiche richiamano la malachite, con le sue bande verdi irregolari e stratificate, tipiche dei minerali di rame. Questo riferimento non si limita alla tonalità, ma investe la struttura stessa del colore: velature, sovrapposizioni e ossidazioni costruiscono superfici che sembrano “formarsi” nel tempo, più che essere semplicemente tinte.
Accanto alla dimensione minerale, si inserisce un secondo livello di lettura legato al mondo degli insetti. Storicamente, alcuni dei pigmenti più intensi derivano proprio da organismi entomologici – come il carminio della cocciniglia – e questa memoria tecnica riaffiora nella qualità del colore.
Ma il richiamo è soprattutto visivo: superfici non uniformi, leggere iridescenze, profondità cromatiche che mutano al variare della luce. Come nelle corazze dei coleotteri, il colore non appare mai stabile, ma vibra, si altera, suggerendo una materia viva.
In questa doppia tensione – tra minerale e organico – il colore diventa il luogo in cui si manifesta la trasformazione. Il tessuto non è più una superficie passiva, ma uno spazio in cui il tempo, la materia e la luce agiscono contemporaneamente.
L’impianto cromatico e materico si lega profondamente ai processi naturali.
Non alla natura idealizzata, ma alla sua dimensione più concreta:
Le tonalità costruiscono un sistema coerente:
Il personaggio non appare separato dall’ambiente, ma come una sua prosecuzione. Il costume diventa così il punto di contatto tra corpo e mondo naturale.
Uno degli elementi più significativi è la scelta di rendere esplicite le cuciture.
Nel costume tradizionale, la costruzione tende a scomparire; qui avviene l’opposto:
Questa scelta introduce una dimensione simbolica chiara:
il corpo non è naturale, ma costruito.
Nel caso di Frankenstein, questa evidenza diventa parte integrante del racconto: l’identità non è data, ma composta.
Nel lavoro di Kate Hawley, il costume si configura come un dispositivo complesso in cui convergono:
Il riconoscimento agli Oscar non premia semplicemente la qualità estetica, ma la capacità di trasformare il costume in linguaggio.
È proprio in questa trasformazione che si coglie il valore più profondo del progetto:
quando il tessuto smette di essere superficie e diventa corpo.
Le immagini che accompagnano il presente contributo sono state realizzate durante la mostra immersiva dedicata ai costumi e all’estetica del film Frankenstein di Guillermo del Toro, allestita presso l’Old Selfridges Hotel a Londra nel novembre 2025.
L’esposizione ha presentato materiali di lavoro e manufatti originali realizzati per la produzione cinematografica, tra cui bozzetti progettuali, modelli scultorei e costumi di scena. Le fotografie documentano direttamente tali elementi, offrendo un riscontro visivo utile alla lettura dei processi materici, cromatici e costruttivi analizzati nel testo.