Pre-loader

Le Baccanti al Teatro Vascello: il coro come organismo rituale tra corpo, costume e trasformazione scenica

Le Baccanti al Teatro Vascello: il coro come organismo rituale tra corpo, costume e trasformazione scenica

Nel panorama del teatro contemporaneo, poche opere riescono ancora a conservare intatta la propria forza originaria quanto Le Baccanti di Euripide.
L’allestimento visto presso il Teatro Vascello di Roma ha restituito con straordinaria intensità proprio questa dimensione primaria della tragedia: il teatro come rito collettivo.

La messinscena firmata dalla compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, nella riscrittura e regia di Marco Isidori, ha scelto di lavorare non sulla ricostruzione archeologica del mondo greco, ma sulla materia viva del teatro: il corpo dell’attore, la coralità, la tensione vocale e la forza trasformativa del costume e della scena.

In scena: Marco Isidori, Paolo Oricco, Maria Luisa Abate, Valentina Battistone, Ottavia Della Porta, Alessio Arbustini e Alessandro Bosticco.
Scene e costumi di Daniela Dal Cin.
Luci di Fabio Bonfanti.
Assistente alla regia Mattia Pirandello.

Il coro: una creatura collettiva e inquieta

L’elemento più potente dello spettacolo è apparso senza dubbio il coro.

Nelle Baccanti il coro non svolge una funzione narrativa secondaria: è il cuore pulsante dell’opera. Le Menadi non osservano gli eventi dall’esterno, ma ne diventano progressivamente il motore emotivo e rituale.

Lo spettacolo ha saputo valorizzare questa natura profonda del coro trasformandolo in una vera entità collettiva. I movimenti scenici non apparivano mai casuali: ogni oscillazione del corpo, ogni torsione, ogni avanzamento nello spazio contribuiva alla costruzione di una presenza quasi organica, come se il coro respirasse attraverso un’unica grande voce condivisa.

Anche il linguaggio vocale è risultato particolarmente significativo. Le parole non erano semplicemente pronunciate: venivano spezzate, reiterate, stratificate fino a trasformarsi in materia sonora. In diversi momenti la voce sembrava perdere la funzione discorsiva per diventare ritmo, invocazione, trance.

Ed è proprio qui che lo spettacolo ha recuperato qualcosa di profondamente vicino al teatro antico: la tragedia come esperienza fisica e sensoriale prima ancora che narrativa.

Il costume come dispositivo di trasformazione

Uno degli elementi più suggestivi dello spettacolo è stato il rapporto tra costume, maschera e coralità.

I sette attori in scena indossavano una medesima tuta bianca con cappuccio, essenziale e volutamente neutra. Sul cappuccio, mantenuto inizialmente abbassato, era già incorporata la maschera scenica. Nel momento in cui gli interpreti si trasformavano in coro, il gesto di sollevare il cappuccio e calzare la maschera produceva una vera metamorfosi teatrale.

La trasformazione avveniva direttamente davanti allo spettatore.

L’attore perdeva progressivamente individualità per entrare nella dimensione collettiva e rituale delle Baccanti. La maschera non appariva quindi come semplice oggetto scenico esterno, ma come presenza latente già inscritta nel corpo stesso del performer, pronta a manifestarsi.

La scelta della tuta bianca contribuiva inoltre a creare un’immagine astratta e perturbante. I corpi sembravano sospesi in uno spazio fuori dal tempo, quasi creature rituali o anatomie sceniche attraversate dalla forza dionisiaca del coro.

In questo meccanismo scenico il costume diventava dispositivo drammaturgico attivo: non decorazione, ma strumento di trasformazione identitaria.

Dioniso: il rosso come segno dell’alterità divina

All’interno dell’impianto scenico volutamente essenziale, uno degli elementi visivi più potenti era legato proprio alla figura di Dioniso.

Pur condividendo con gli altri interpreti la medesima tuta bianca, il dio appariva immediatamente distinguibile grazie a un unico elemento: vertiginosi stivaletti rossi con tacco e zeppa.

La scelta risultava scenicamente di grande efficacia.

Il rosso interrompeva la neutralità quasi clinica del bianco, introducendo nello spazio scenico una presenza perturbante, seduttiva e profondamente teatrale. Dioniso non aveva bisogno di un costume sontuoso o dichiaratamente mitologico: bastava quel dettaglio per renderlo altro rispetto agli esseri umani che lo circondavano.

Anche la verticalità innaturale della calzatura contribuiva alla costruzione del personaggio. Il corpo di Dioniso appariva continuamente sospeso, instabile, quasi sovrumano. La zeppa e il tacco alteravano la postura e il movimento dell’attore, accentuando il carattere ambiguo e sfuggente della divinità.

Il risultato era una figura capace di unire seduzione e minaccia, fragilità e dominio, maschile e femminile, umano e sovrumano.

In questo senso il costume diventava pienamente drammaturgico: non semplice caratterizzazione estetica, ma strumento capace di tradurre visivamente l’essenza stessa di Dioniso, dio della trasformazione, dell’ambiguità e del teatro.

La metamorfosi di Penteo: il potere che si disgrega

Uno dei momenti scenicamente più sorprendenti dello spettacolo coincideva con la trasformazione di Penteo.

All’ingresso in scena del re, il personaggio appariva protetto da una struttura costumistica assimilabile a un’armatura di cuoio, elemento che restituiva immediatamente la rigidità del potere politico e della razionalità repressiva incarnata dal sovrano tebano.

La superficie dell’armatura era attraversata da una complessa trama di occhielli metallici e anelli, evocando insieme una corazza militare, un busto anatomico e un dispositivo scenico rituale.

Durante la metamorfosi del personaggio, il coro interveniva direttamente sul costume: gli attori afferravano gli anelli disseminati sull’armatura e iniziavano a tirarli con forza. Da ciascun occhiello fuoriuscivano lunghissimi nastri rosa che progressivamente invadevano la scena fino a ricadere verso il pavimento.

Il risultato era visivamente ipnotico.

La trasformazione non avveniva attraverso un semplice cambio d’abito, ma tramite una vera e propria decostruzione materiale del corpo del re. L’armatura veniva letteralmente aperta, svuotata, disfatta dal coro, che agiva come forza rituale incaricata di smontare l’identità politica e maschile di Penteo.

I nastri rosa rompevano improvvisamente la rigidità del cuoio e dell’apparato militare, introducendo nello spazio scenico una materia fluida, morbida e instabile. Il potere si sfilacciava davanti agli occhi dello spettatore.

Progressivamente, attraverso l’applicazione di enormi spalline a forma d’aquila e una serie di sorprendenti soluzioni scenotecniche, l’armatura si trasformava nel travestimento femminile del sovrano.

La metamorfosi non appariva quindi come semplice cambio costume, ma come smontaggio simbolico dell’identità stessa di Penteo. Il corpo del re veniva lentamente riscritto dalla macchina teatrale, fino a perdere ogni rigidità iniziale.

In questa straordinaria soluzione scenografico-costumistica, il costume diventava processo drammaturgico vivo: non semplice elemento estetico, ma macchina teatrale capace di produrre la trasformazione stessa del personaggio.

La scena come architettura del conflitto

La scenografia appariva essenziale ma fortemente evocativa.

Il “Palazzo di Penteo” ideato da Daniela Dal Cin non era un semplice fondale scenico, ma una vera struttura drammaturgica attraversata continuamente dagli attori.

Gli interpreti la scalavano, la invadevano, la abitavano quasi fosse un organismo vivente. Questo elemento scenico contribuiva a restituire il progressivo collasso dell’ordine rappresentato da Penteo: il palazzo, simbolo del potere e della razionalità politica, veniva costantemente assediato dall’energia dionisiaca del coro.

La scelta di evitare una scenografia descrittiva ha inoltre lasciato grande spazio alla presenza fisica degli attori, permettendo al gesto teatrale di diventare il vero centro visivo dello spettacolo.

La forza interpretativa degli attori

L’intero cast ha affrontato una partitura scenica estremamente complessa, fondata su un equilibrio continuo tra voce, fisicità e tensione emotiva.

La qualità interpretativa emergeva soprattutto nella capacità di mantenere costante l’energia scenica senza mai perdere precisione tecnica. Ogni attore sembrava parte integrante di una costruzione collettiva più ampia, evitando qualsiasi individualismo performativo.

Particolarmente efficace la costruzione di Dioniso, figura magnetica e inquietante, sospesa continuamente tra seduzione e minaccia. Accanto a lui, Penteo appariva progressivamente svuotato delle proprie certezze razionali, fino a diventare vittima del medesimo meccanismo di attrazione che tentava di reprimere.

Il coro rappresentava infine il vero motore energetico dello spettacolo: compatto ma mai statico, feroce e fragile insieme, capace di trasformare la coralità in esperienza emotiva condivisa.

Prescrizioni Artistiche e partecipazione culturale

La partecipazione allo spettacolo si inserisce inoltre all’interno del progetto “Prescrizioni Artistiche” promosso da Le Sette Muse ODV, iniziativa dedicata alla partecipazione culturale attraverso l’accompagnamento condiviso a teatro, cinema, mostre, musei ed eventi artistici.

Esperienze come Le Baccanti dimostrano quanto il teatro possa ancora oggi rappresentare uno spazio vivo di riflessione collettiva, capace di generare confronto, emozione e consapevolezza attraverso il linguaggio della scena.

La possibilità di assistere insieme a spettacoli di forte valore artistico e culturale costituisce infatti non soltanto un’occasione di fruizione, ma anche un momento di crescita condivisa, dialogo e costruzione comunitaria attorno alle arti performative.

Un teatro che interroga ancora il presente

A più di duemila anni dalla sua composizione, Le Baccanti continuano a parlare con sorprendente lucidità al nostro tempo. Euripide mette in scena la paura del corpo collettivo, il rapporto tra potere e desiderio, il timore verso ciò che non può essere controllato.

Lo spettacolo visto al Teatro Vascello ha saputo restituire questa complessità senza semplificazioni, trasformando la scena in uno spazio di tensione continua tra bellezza, inquietudine e rito teatrale.

Per chi si occupa di sartoria teatrale, costruzione scenica e ricerca sul costume, questo allestimento rappresenta inoltre un esempio particolarmente significativo di come costume, maschera e corpo possano ancora oggi diventare drammaturgia viva e strumento di trasformazione teatrale.


Articolo a cura di Simona Paccione
Foto di scena © Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa