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Volti che raccontano: trucco e parrucco in Frankenstein agli Oscar 2026

Volti che raccontano: trucco e parrucco in Frankenstein agli Oscar 2026

Ogni anno gli Oscar riportano al centro dell’attenzione il cinema come grande macchina spettacolare, capace di coniugare narrazione, tecnica e visione artistica. Accanto ai premi più visibili, dedicati agli attori e alla regia, esistono categorie che lavorano in profondità, costruendo l’immaginario filmico attraverso linguaggi meno immediati ma fondamentali.

Sono le arti che danno forma al mondo del film: quelle che non si limitano a rappresentare, ma rendono credibile, tangibile e abitabile la narrazione.

Tra queste discipline, il trucco e parrucco occupano un ruolo centrale: agiscono direttamente sul volto e sul corpo, cioè sul primo spazio visibile del personaggio.

Nel caso di Frankenstein, premiato agli Oscar 2026 per Best Makeup and Hairstyling, il riconoscimento è andato a Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey, premiati dall’Academy per il lavoro svolto sul film di Guillermo del Toro.

Il volto come luogo narrativo

Nel cinema, il trucco non ha una funzione puramente correttiva o decorativa. È, al contrario, uno strumento di costruzione narrativa.

Attraverso il trucco, il volto diventa:

  • superficie drammatica,
  • mappa emotiva,
  • dispositivo di trasformazione.

Nel caso di Frankenstein, questo aspetto risulta particolarmente evidente, perché la costruzione del personaggio passa attraverso un equilibrio complesso tra riconoscibilità umana e alterazione. Il trucco non cancella il corpo, ma lo riscrive.

a cura di Simona Paccione

Protesi, tempo e disciplina del corpo

Uno degli aspetti più impressionanti del lavoro premiato riguarda la trasformazione di Jacob Elordi nel Creature. Secondo quanto riportato dopo la cerimonia, l’attore ha affrontato sessioni di prostetica di circa 10 ore al giorno, per un totale di circa 400 ore tra applicazione e rimozione del trucco durante le riprese. Mike Hill ha descritto il processo come la costruzione di una sorta di “statua vivente”, sottolineando anche la pazienza fisica richiesta all’attore.

Questo dato è interessante non soltanto per la sua dimensione spettacolare, ma perché mostra con chiarezza come il trucco cinematografico sia anche una pratica di tempo, resistenza e precisione.

La trasformazione non è immediata: si costruisce lentamente, per strati, adattamenti, fissaggi e raccordi. È un lavoro in cui la tecnica si misura continuamente con il corpo vivo dell’attore.

Immagine © Netflix / Double Dare You Productions – uso editoriale

Trucco come scultura del vivente

Nel lavoro di Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey, il trucco sembra avvicinarsi più alla scultura che alla cosmetica.

Non si tratta soltanto di modificare un volto, ma di costruire:

  • volumi,
  • rilievi,
  • tensioni superficiali,
  • continuità tra pelle reale e intervento artificiale.

Questa dimensione scultorea è particolarmente significativa in Frankenstein, dove il personaggio nasce da una logica di assemblaggio. Il trucco dialoga così con la natura stessa del racconto: non un’identità compatta, ma una forma composta, costruita, ricondotta a unità attraverso un paziente lavoro di integrazione.

Capelli, linea del volto, presenza scenica

Accanto alla prostetica, il parrucco svolge un ruolo decisivo nella costruzione della figura.

I capelli, le attaccature, le masse, le linee che incorniciano il volto non sono elementi secondari. Al contrario, determinano:

  • silhouette,
  • percezione temporale,
  • coerenza stilistica,
  • intensità della presenza scenica.

Nel cinema in costume o in opere fortemente stilizzate, il parrucco è ciò che consente al volto di entrare pienamente nell’universo visivo del film. In Frankenstein, questa funzione appare particolarmente importante perché il personaggio deve risultare coerente non solo sul piano anatomico, ma anche su quello atmosferico e simbolico.

Tra umano e artificiale

Uno degli aspetti più raffinati del trucco premiato agli Oscar 2026 è la sua capacità di mantenersi in una zona intermedia: né pienamente naturale, né interamente mostruosa.

Mike Hill ha spiegato di aver evitato di rifarsi direttamente alle interpretazioni precedenti della Creatura, cercando invece una soluzione nuova, capace di collocare il personaggio nell’Ottocento immaginato dal film senza ridurlo a una figura semplicemente “brutta”. L’obiettivo non era creare un corpo respingente in senso convenzionale, ma un essere diverso, complesso, perturbante.

È proprio in questa soglia tra umano e artificiale che il trucco diventa linguaggio. Non descrive soltanto il personaggio: ne organizza la percezione.

Il trucco come parte di un sistema

Come per i costumi, la scenografia e l’arredamento, anche il trucco e parrucco non agiscono in isolamento.

La loro efficacia dipende dal dialogo continuo con:

  • luce,
  • costume,
  • spazio scenico,
  • fotografia.

Una prostesi può cambiare radicalmente sotto una luce laterale; una linea dei capelli può accentuare o attenuare la verticalità del volto; una texture cutanea può assorbire o restituire in modo diverso la presenza luminosa.

Per questo il trucco cinematografico va letto come parte di un sistema complesso: non semplice dettaglio tecnico, ma componente strutturale della visione.

Conclusione

Con l’Oscar 2026 per Best Makeup and Hairstyling, assegnato a Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey, Frankenstein vede riconosciuto uno dei suoi aspetti più potenti: la capacità di trasformare il volto e il corpo in luoghi di racconto.

In questo caso, trucco e parrucco non servono a coprire l’attore, ma a renderne visibile la metamorfosi.

È proprio qui che si coglie il loro valore più profondo: quando la tecnica non si limita a modificare un aspetto, ma costruisce una presenza.